La bioplastica e la plastica biodegradabile non sono la stessa cosa

Di , scritto il 18 Gennaio 2018

Dopo tante polemiche (stolte) sulla questione dei bioshopper a pagamento nei supermercati oggi vogliamo parlare con tutta calma di una differenza importante che spesso non è chiara ai consumatori: la differenza tra bioplastiche e plastiche biodegradabili. I due termini vengono spesso utilizzati come sinonimi, ma non lo sono.

In base alle normative si definisce plastica biodegradabile un materiale che può essere degradato da batteri o funghi, quando si trova in un ambiente acquatico, gassoso o costituito da biomassa – di solito per la degradazione servono un determinato lasso di tempo, particolari condizioni di temperatura e la presenza di ossigeno o microorganismi capaci di digerirla. Anche i polimeri ottenuti da combustibili fossili possono essere biodegradabili (come nel caso del PBS), anche se è vero che i più diffusi (polipropilene, polietilene, cloruro di polivinile, poletilentereftalato e polistirene) non lo sono. La bioplastica ha sicuramente un impatto ambientale inferiore rispetto alla plastica tradizionale, ma anche quando si degrada non è esente da effetti negativi, come l’eutrofizzazione e l’acidificazione dei terreni. Quando poi è sversata nei mari prima di riuscire a degradarsi esplica un notevole impatto negativo sui pesci e sugli uccelli marini.

Si chiama bioplastica un prodotto ricavato da biomassa (ovvero un materiale di origine biologica, come amido di mais, di grano, di tapioca, di patate) senza la presenza di alcun componente di origine fossile (derivato da carbone o petrolio). Alcuni tipi di bioplastica sono biodegradabili (ad esempio l’acido polilattico o PLA), altri non lo sono (ad esempio la Bio-PET impiegata per le bottiglie di acqua e altre bevande).

Oltre a questi due concetti, per completare il discorso occorre parlare di un aggettivo importante: compostabile, indicante un materiale non soltanto “biodegradabile”, ma anche disintegrabile nel giro di tre mesi.

Quali sono i sacchetti/gli shopper in cui dovrebbero essere riposte frutta e verdura acquistata nei supermercati, che poi potranno essere utilizzati come contenitori per i rifiuti organici, da conferire nella frazione umida? Non bisogna lasciarsi ingannare da una scritta BIODEGRADABILE come quella che vedete nella foto. Occorre verificare la presenza della sigla EN 13432, corrispondente a uno standard normativo che ne certifica la biodegradabilità unita alla compostabilità.



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