Giardinaggio sostenibile: che cosa sono i ‘prati a secco’

Di , scritto il 25 Febbraio 2019

Il prato all’inglese è indubbiamente una gioia per gli occhi, ma richiede molte attenzioni, un grande (se non abnorme) consumo di acqua e spesso l’impiego di concimi chimici e sostanze diserbanti per tenere sotto controllo le malerbe o le piante infestanti. Con l’aumento della consapevolezza ecologica, però, anche in questo settore si stanno inventando nuove soluzioni per avere giardini e tappeti erbosi naturalmente resistenti alla siccità. Il cambiamento di rotta è tanto più necessario per via del fatto che è il clima stesso a virare sempre di più verso temperature sub-tropicali.

In questo panorama, comincia ad affacciarsi la possibilità di scegliere dei ‘prati a secco‘, ovvero dei prati che devono essere annaffiati assai poco. Tutto dipende dal tipo di erba seminata: si può scegliere ad esempio tra la Zoysia japonica, la Festuca arundinacea o degli ibridi delle graminacee. Sono tutte piante fusiformi ma dalla foglia leggermente più larga rispetto al prato classico. Questi ibridi d piante naturali, che si possono ottenere non solo con la semina, ma anche per talea, prosperano anche con climi caldi (tra i 25 e i 35 °C), mentre il prato tradizionale soffre quando si superano i 25 gradi e deve essere bagnato di continuo. D’inverno questi tappeti erbosi ingialliscono leggermente, ma in primavera ricominciano a crescere. Basti pensare che laddove per 1 mq di prato tradizionale sono necessari 70 litri di acqua la settimana, a questi ne bastano 25 litri. Se si opta poi per il Paspalum vaginatum è perfino possibile irrigare il prato con acqua di mare.

Un’alternativa molto valida, anche se ancora piuttosto costosa, per i prati tradizionali, è il sistema di ‘subirrigazione’, che prevede l’utilizzo di tubature interrate: in questo modo si evitano al massimo l’evaporazione e lo spreco d’acqua – un po’ come il sistema con le ampolle di terracotta di cui abbiamo parlato qui.



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