Economia circolare in azienda: serve sviluppare un certo mindset ma si può partire dalle piccole cose

Di , scritto il 26 Ottobre 2021
Economia circolare

Negli ultimi anni espressioni come sostenibilità, green economy, economia circolare sono entrate di prepotenza nel vocabolario minimo di molte aziende, indipendentemente dal settore d’attività. Ci si è accorti del resto che rendere più efficienti alcuni processi, anche i più quotidiani come per esempio occuparsi di rifiuti e prodotti di scarto soprattutto negli impianti produttivi, ha un impatto positivo non solo sull’ambiente – e l’emergenza climatico-ambientale è una delle priorità da affrontare in questo momento – e quindi sulla (buona) reputazione di cui si gode presso consumatori sempre più attenti a fare scelte consapevoli ma, anche e soprattutto, sui propri bilanci.

La Commissione Europea ha stimato un risparmio annuo complessivo di 72 miliardi di euro per le aziende se e quando si sarà fatto della sostenibilità un asset fondamentale del proprio business.

Da cosa partire?

Gli esperti di economia circolare non hanno dubbi nel sostenere che rendere “più verde” la propria azienda è tutta questione di mindset: significa che solo facendo diventare temi come l’attenzione per l’ambiente o il recupero di risorse e materie prime parte integrante della propria cultura aziendale si possono ottenere buoni risultati.

Serve formazione, insomma, ma forse, ancora più a monte, sviluppare una sensibilità diffusa e condivisa nell’ambiente di lavoro. Solo quando e se ciò avverrà, del resto, si potrà arrivare a decisioni strategiche come impegnarsi in iniziative che prevedono una vera e propria simbiosi aziendale persino con i propri competitor se le partnership comportano vantaggi reciproci.

Rendere più circolare un impianto di produzione? Si può, a partire dagli scarti (soprattutto se in materiale plastico) nel frattempo anche le più piccole scelte possono aiutare. Si potrebbe optare, per esempio, per non acquistare ma prendere in leasing arredi e macchinari aziendali.

Come già si accennava, soprattutto negli impianti produttivi, ridurre la quantità di scarti e rifiuti e allungare il ciclo di vita delle materie prime è essenziale in un’ottica di circolarità. Se si lavora primariamente con questo tipo di materiale, quindi, il compounding della plastica potrebbe essere una soluzione ideale per dare una seconda vita a residui e materiale di lavorazione.

Semplificando molto, per compounding si intende quel processo grazie al quale da un oggetto originario in plastica si ricavano pellet, profili, tubuli a propria volta riutilizzabili per la produzione di oggetti in plastica riciclata.

Realizzarlo “in house” richiede essenzialmente di dotarsi di estrusori, particolari macchinari che, grazie a una vite rotante riscaldata, fondono il materiale plastico già precedentemente ridotto in scaglie, ne eliminano le componenti gassose (di inchiostri, eccetera) riducendo il rischio che il materiale finale non risulti di buona qualità e danno vita, di fatto, al materiale di partenza per la produzione di oggetti riciclati.

Se ci si rivolge ad aziende produttrici di estrusori per le materie plastiche con lunga esperienza nel settore come Bandera, Coperion o Bausano non è difficile, tra l’altro, trovare soluzioni personalizzate e più adatte alle reali esigenze della propria azienda e all’uso che effettivamente si riuscirà a fare quotidianamente dell’estrusore, soprattutto se non si è sicuri di poter inserire anche questo step nel proprio ciclo produttivo.


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