Acquacoltura bio: quali sono le principali tecniche

Di , scritto il 18 Marzo 2014

acquacoltura_biologicaPer acquacoltura si intendono pesci, crostacei e molluschi allevati in luogo confinato e poi catturati per essere messi in vendita e consumati dall’uomo. In base ai dati della FAO questo è il settore agroalimentare con lo sviluppo più rapido nel mondo. Soltanto in Europa l’acquacoltura rappresenta circa il 20% della produzione di pesce e dà lavoro a circa 70.000 persone. Nel Mediterraneo l’Italia è uno dei paesi leader nel settore, con 800 siti di allevamento, circa 15.000 addetti, quasi 69.000 tonnellate di pesce prodotto e un giro d’affari annuale intorno ai 350 milioni di euro. E le prospettive di crescita sono ancora ottime: probabilmente nel giro di un paio d’anni il pesce d’allevamento fornirà la metà del totale dei prodotti ittici destinati al consumo umano. I pesci più apprezzati dagli italiani sono trote, orate e spigole – che hanno poco da invidiare al pesce selvatico per qualità organolettiche e nutrienti. Inoltre, l’acquacoltura non utilizza metodi “invasivi” come la pesca tradizionale, che spesso va ad alterare l’equilibrio naturale dell’ambiente marino con impatti devastanti. La produzione italiana è però ben lontana dal soddisfare la domanda interna: al momento si ferma al 30% del fabbisogno di pesce, mentre il resto viene importato.

Esistono varie tipologie e tecniche di acquacoltura: si va da quella più tradizionale del metodo intensivo a terra, che si svolge ponendo il pesce in vasche in cemento e nutrendolo mediante mangime, con possibilità di pescare esemplari in qualsiasi momento dell’anno. La maricoltura è una tecnica più evoluta nella quale si utilizzano gabbioni posti in mare: la qualità delle acque di solito è migliore, ma anche qui la nutrizione avviene con mangime e la cattura può avvenire in ogni stagione. Nella vallicoltura (anche detta allevamento a espansione di maree) i pesci sono allevati in maniera estensiva, ovvero non sono rinchiusi in gabbie ma lasciati liberi in vasti spazi chiusi di laguna; mangiano ciò che trovano e vengono catturati soltanto nei periodi di migrazione dalla laguna al mare (da settembre a dicembre).

L’acquacoltura biologica è regolata da normative europee: è basata sull’utilizzo di mangimi esclusivamente biologici ed è possibile per tutti e tre i metodi sopra citati con una opportuna certificazione. Ma la vallicoltura è ovviamente il metodo più “naturale”: in esso infatti non si impiegano mangimi né medicinali (come avviene invece negli allevamenti a vasca), l’animale vive in uno stato di benessere (le densità di allevamento sono molto basse), non viene pescato in maniera cruenta con reti o altre attrezzature ed è garantita la sostenibilità ambientale perché non si utilizzano pompe o meccanismi energivori. Per quanto concerne i prezzi, il fatto di non usare il mangime rende quest’ultimo metodo il più economico tra tutti. L’unico problema vero è quello della stagionalità imposta, che pone il pesce un po’ sullo stesso di livello di altri cibi come le ciliegie o le pesche: non si possono avere fresche tutto l’anno.

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1 commento su “Acquacoltura bio: quali sono le principali tecniche”
  1. […] novità per quanto riguarda l’acquacoltura biologica – vengono dall’estremo oriente. Il professor Toshimasa Yamamoto dell’Università […]


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