Produrre minori quantità di immondizia: un obiettivo per tutti, non solo per i napoletani

Di , scritto il 29 Novembre 2010

Quando vediamo in tv le strade di Napoli ancora ingombre da tonnellate di rifiuti sembra un agghiacciante paradosso che tutto ciò avvenga quando si è appena conclusa la Settimana Europea per la riduzione dei rifiuti (European Week for Waste Reduction). Un’iniziativa che ha toccato – apparentemente riscuotendo grande successo – ventuno nazioni del Vecchio Continente, con un fiorire di iniziative mirate a sensibilizzare la gente sull’eccessiva produzione di rifiuti nella nostra società e a stimolare consumi più attenti ai comportamenti virtuosi.

Urge comunque una riflessione sul tema anche sulle nostre modeste pagine: la condizione di Napoli in realtà non è altro che la manifestazione drammaticamente visibile di un problema che riguarda tutto il pianeta. I rifiuti che sommergono i cittadini altro non sono la dimostrazione del fatto che il modello di sviluppo a cui ci siamo abituati negli ultimi decenni ha raggiunto il capolinea, colpevole di non aver pensato per tempo alle conseguenze delle sue azioni. Noi siamo abituati a comprare senza remore tutti gli oggetti e i prodotti che ci servono (tra l’altro esaurendo preziose materie prime che nel mondo non sono infinite); poi li consumiamo – spesso troppo rapidamente – o per motivi futili o proprio perché i prodotti sono stati progettati per durare poco e indurci a comprare nuovamente. Tutto questo senza curarci di che cosa succede dopo, nel momento in cui l’articolo si trasforma in una scoria.

Questo non era mai successo nella storia dell’umanità, perché prima dell’invenzione della plastica e di altri prodotti messi a punto con la chimica di sintesi, si usava e riusava tutto. E quando gli oggetti arrivavano a fine vita avevano un loro posto in un ciclo che si chiudeva in maniera naturale: il legno marciva o si bruciava, gli indumenti – tutti fatti con fibre naturali – si deterioravano senza lasciare tracce. Ora invece siamo pieni di prodotti che non solo non hanno un posto in natura perché non sono biodegradabili, ma addirittura possono rivelarsi tossici, inquinando l’aria, il terreno, le falde acquifere, il mare.

E si badi che non è solo importante effettuare la raccolta differenziata dei rifiuti che ne consente il riciclo. Anche riciclare costa, in termini di denaro e di energia. In Italia produciamo 541 chilogrammi di rifiuti a testa ogni anno; a metà degli anni 90 ne producevamo 100 chilogrammi di meno e la nostra qualità di vita non era affatto inferiore a quella di oggi. Paradossalmente, nonostante la posta elettronica abbia in gran parte sostituito la posta lumaca, non è diminuita la quantità di carta che troviamo nelle nostre caselle sotto forma di posta indesiderata. Ognuno di noi ne riceve ben 15 chilogrammi l’anno (abbiamo parlato qui di come ovviare, almeno in parte, al problema). Se ci abituassimo a bere l’acqua del rubinetto per evitare le bottiglie di plastica, potremmo risparmiare altri 6 chilogrammi di rifiuti l’anno. I contenitori vanno riutilizzare più volte e in maniera diversa; bisogna iniziare a compostare i rifiuti domestici, preferire prodotti con imballaggi ridotti al minimo (dando la preferenza alle confezioni in carta, cartone o materiali biodegradabili), usare le sporte riutilizzabili invece dei sacchetti di plastica usa-e-getta per fare la spesa (la legge prevede comunque che ne sia vietato il commercio a partire dal 1 gennaio 2011) e scegliere sempre prodotti sfusi e alla spina.

Ogni volta che contribuiamo a produrre meno rifiuti facciamo un gesto di sovranità civile.



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