Opportunità e rischi nella progettazione di smart city con tutti i crismi della sostenibilità

Di , scritto il 25 Ottobre 2018

Come dovrebbe essere la città ideale del futuro, la cosiddetta smart city? In tutto il mondo scienziati, architetti e urbanisti sono al lavoro per prevedere e risolvere i problemi infrastrutturali e quelli dell’approvvigionamento energetico dei nuovi centri urbani.

Secondo le stime delle Nazioni Unite entro il 2030 vivranno nelle città del globo ben 5,5 miliardi di persone. Saranno le città attualmente di piccole e medie dimensioni (ma per queste ultime parliamo di cinque milioni di abitanti) ad attirare il maggior numero di individui dalle zone rurali. L’interrogativo è: come si potranno sfamare tutte queste persone? Già oggi le megalopoli si trovano alle prese con problemi infrastrutturali, il principale dei quali è l’insufficienza dell’acqua, subito seguito da altri come lo smaltimento delle acque reflue, la congestione del traffico e l’inquinamento ambientale. Nelle città esistenti gli investimenti per il rinnovo o l’ampliamento delle infrastrutture sarebbero positivi sotto il profilo sociale, poiché creerebbero milioni di nuovi posti di lavoro, anche se comporteranno lo svantaggio di attirare ancora più persone nelle città per cercare lavoro, in una sorta di circolo vizioso.

C’è poi anche la questione del finanziamento. La maggior parte delle città del mondo non dispone di entrate fiscali proprie, ma dipende dai fondi dallo Stato. Alcuni pianificatori del territorio vedono la possibilità che siano degli investitori privati a farsi carico degli investimenti per l’ampliamento delle infrastrutture. In questo caso però il pericolo che si intravvede è insito nel concetto di liberalizzazione: potrebbero sorgere dei monopoli in cui l’intero controllo dei servizi sarebbe nelle mani di un fornitore privato. Ad esempio, la liberalizzazione del mercato dell’acqua negli anni ’90 lanciata dalla Banca Mondiale in alcune città africane e asiatiche ha paradossalmente portato a un peggioramento dell’approvvigionamento, e alla fine le reti idriche hanno dovuto essere riacquistate dallo Stato per un’enorme quantità di denaro.

Attualmente, le città del mondo sono responsabili di circa tre quarti delle emissioni inquinanti a livello mondiale: è vero che l’80% del PIL mondiale viene generato nelle città, ma il loro consumo di risorse è altrettanto elevato. Per essere sostenibile e rispettosa dell’ambiente, una metropoli deve necessariamente diventare tecnologicamente più avanzata. A livello di mobilità, l’obiettivo è di avere in circolazione auto che non emettono più sostanze inquinanti e non producono rumore. I sistemi intelligenti di controllo del traffico possono fare in modo che non si verifichino ingorghi. La rete elettrica deve essere una “smart grid“, in cui tutte le energie rinnovabili disponibili su quel territorio giocano un ruolo importante.

Due paesi sono attualmente impegnati nella progettazione di città intelligenti in vista del futuro. In Arabia Saudita sorgerà sul Mar Rosso la città di Neom, che sarà caratterizzata dal fatto di garantire posti di lavoro sufficienti per donne e uomini con un alto livello di istruzione, mentre i robot dovrebbero assumere compiti più umili. Lo svantaggio di una città come questa è che diventa quasi un ghetto dove soltanto le persone ricche e con una buon livello culturale possono essere integrate.

In Mongolia sarà costruita Maidar City a circa 50 chilometri dalla capitale Ulan Bator, al fine di allevarne la tensione urbana. In questa città (ne vedete parte del progetto nella foto) si stanno applicando rigorosi criteri ecologici, ai quali gli acquirenti dovranno attenersi. Maidar City non dovrebbe avere non solo un centro, ma anche molti quartieri capaci di offrire servizi equivalenti, offrendo ai loro abitanti posti di lavoro così come alloggi, iniziative culturali e servizi pubblici. L’obiettivo è di creare quartieri vivibili e funzionali, ma per tutti, e non soltanto per un’élite. In questo caso la (secondo noi giusta) convinzione dei progettisti è che “Soltanto ciò che è socialmente inclusivo e funzionalmente misto è davvero sostenibile”.



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