Anche la moda può essere ecologica?

Di , scritto il 20 Settembre 2021
moda ecologica

Non è un mistero che l’attenzione verso la tutela dell’ambiente stia portando cambiamenti su parecchi fronti e settori, incluso quello della moda. Molti brand, indipendentemente dal target di riferimento, hanno modificato le produzioni in favore di una filiera ecosostenibile, puntando su materie prime per confezionare i loro articoli e cercando di impattare il meno possibile sull’ecosistema.

Ma come si fa a capire se si sta parlando di moda ecosostenibile? Tanto per cominciare ci si può accertare se l’azienda dispone di una certificazione tessile che attesti il mancato utilizzo di sostanze chimiche in fase di coltivazione delle piante necessarie per produrre la stoffa, verificando che ciò avvenga anche durante tutti gli altri step successivi, fino ad arrivare al consumatore.

Tra le più famose ci sono la GOTS (Global Organic Textile Standard) che documenta l’assenza di prodotti nocivi nel ciclo di lavorazione, considerando anche i tipi di tessuti trattati, e la OCS (Organic Content Standard), la quale assicura la provenienza dall’agricoltura biologica delle fibre naturali, tracciandole nel corso dei vari procedimenti per monitorarne l’integrità. Tuttavia possedere una certificazione non basta a provare che si stanno realizzando capi d’abbigliamento ecologici.

Moda sostenibile e moda ecologica: le differenze

Un’importante distinzione deve essere fatta tra moda ecologica e moda sostenibile. Apparentemente i due termini sembrano identici, in realtà scavando in profondità nel loro significato non potrebbero essere più diversi. Nella moda sostenibile è implicata una dimensione sociale, in quanto viene promossa una produzione etica che tutela i diritti umani dei lavoratori sotto molteplici aspetti, inclusi i salari equi, evitando il loro sfruttamento. Si può dire dunque che presenta alcune forme della moda etica, oltre che di quella ecologica. Perché è importante sottolineare le particolarità di ciascuna espressione?

Il motivo è semplice: spesso i consumatori credono che l’aspetto ambientale e sociale vadano di pari passo, tuttavia non è scontato che ciò avvenga. Molti marchi, cavalcando l’onda del momento, pubblicizzano i loro abiti realizzati con materiali sostenibili, ma in realtà non si preoccupano delle condizioni in cui si trova chi lavora nelle loro filiere. Questo fenomeno avviene di frequente nelle catene fast fashion, che decentralizzano la produzione  in altri Paesi per abbassare i costi, disinteressandosi dello stato in cui verte la manodopera.  

Tessuti ecosostenibili: quali sono?

Esistono numerosi tessuti sostenibili che incarnano i principi ricercati nella moda ecologica, il cui scopo è abbassare l’inquinamento e gli sprechi annuali, tanti dei quali piuttosto noti, altri ancora in via di sperimentazione. Attraverso l’innovazione tecnologica l’industria tessile potrebbe infatti occuparsi della produzione di tessuti sintetici senza materiali e solventi inquinanti. Indipendentemente dal materiale usato, per centrare l’obiettivo sostenibilità dei prodotti fashion, questo deve essere naturale e rinnovabile. Cosa significa rinnovabile? La sua provenienza e il suo processo produttivo devono avere un basso impatto ambientale.

La più sostenibile tra le fibre naturali in commercio è attualmente la canapa, grazie alla sua capacità di crescere spontaneamente e senza bisogno di attenzioni scrupolose. Ciò implica un notevole risparmio di risorse idriche e il mancato utilizzo di prodotti chimici, non solo durante la coltivazione, ma nel corso di tutto il processo trasformativo del tessuto. Insieme alla canapa, detiene il primato di tessuto più sostenibile il lino, e la fibra che lo compone viene considerata la più antica del mondo. Al contrario, il cotone biologico richiede una cura minuziosa da parte dell’uomo, ma diversamente da quanto avviene per il cotone tradizionale, l’impatto ambientale è basso e si presenta come una forma di agricoltura pulita ed ecologica.

Crescono in modo spontaneo le Malvacee, piante da cui si estrae la fibra tessile della juta, rendendola un tessuto poco intrusivo per il pianeta, non solo dal punto di vista prettamente agricolo, ma anche produttivo, in quanto la filatura avviene meccanicamente, con conseguente esclusione di sostanze chimiche nel processo.

Processi produttivi ecologici e tracciabilità

Oltre a servirsi di tessuti ecosostenibili, i brand devono tenere d’occhio la loro filiera perché, come è stato detto in precedenza, basta un passo falso nel modus operandi per farsi togliere la certificazione che attesta la sostenibilità del marchio. Trasformare i processi produttivi industriali è fondamentale per tutelare l’ecosistema. I prodotti della moda hanno un ciclo di vita breve, fondato sulle tendenze del momento, e questo porta a un accumulo considerevole di rifiuti, causando lo spreco dei materiali e l’impiego intensivo di risorse naturali, mettendo sotto stress l’ambiente.

Per questa ragione molte aziende hanno introdotto al loro interno il concetto di filiera integrata, il cui scopo è conoscere a fondo le criticità che si riscontrano nelle varie fasi di lavorazione, come il consumo energetico, le emissioni inquinanti, l’impronta idrica, in modo tale da fissare standard valutativi comuni, attuando i processi decisionali partendo dall’impatto dei prodotti generati sul pianeta, e comunicando in sinergia con le altre realtà del settore per identificare innovazioni tecnologiche non inquinanti.

Un aspetto importante per la sostenibilità è la tracciabilità del prodotto, volta a comunicare le sue caratteristiche e i processi lavorativi adottati dall’azienda per realizzarlo attraverso un’etichetta, sulla quale viene indicata la provenienza del capo di vestiario o della calzatura. Come si attesta? Registrando le informazioni sulle attività svolte in ogni unità produttiva e facendole fluire lungo l’intera filiera.


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