Che cos’è il phytomining?

Di , scritto il 20 Aprile 2021
Phytomining

Il nichel è un metallo utilizzato in moltissimi settori, in particolare, nell’industria metallurgica e automobilistica: le leghe composte da nichel e altri metalli sono infatti resistenti all’usura, all’ossidazione e alla corrosione. Purtroppo da sempre l’estrazione del nichel ha un costo assai notevole, sia da un punto di vista economico che ambientale. Esiste però una soluzione alternativa: un tipo di estrazione conosciuta come phytomining (in italiano si potrebbe dire “fitoestrazione”), un metodo per il recupero del metallo mediante la piantumazione di specifiche piante su terreni che ne sono ricchi. Questi alberi o arbusti sono in grado di assorbirlo assolvendo in tal modo a una doppia funzione: eliminare l’inquinamento dal terreno (con un processo di cui abbiamo già parlato, definito fitorimediazionephytoremediation), e ottenere dal suolo una sostanza preziosa in maniera pulita.

Come funziona il phytomining?

Il processo di estrazione è semplice:

  • Si scelgono piante particolari, i cosiddetti iperaccumulatori (ne esistono almeno 450, tra cui la Alyssum murale e la Leptoplanx emarginata): sono delle specie vegetali capaci di resistere a sostanze tossiche come nichel, pesticidi, solventi, esplosivi, petrolio greggio e derivati e di accumulare una grande quantità di metalli al loro interno.
  • Queste piante assorbono i metalli con relativa voracità, anche se occorre aspettare tutto il tempo necessario affinché il processo naturale faccia il suo corso.
  • Una volta assorbita la giusta quantità di nichel si passa poi alla fase di estrazione ovvero alla combustione delle piante. In questo modo, si ottengono delle ceneri ricche del prezioso metallo che diventa estraibile sotto forma di sali di nichel. Gli scarti della procedura diventano delle biomasse utilissime, perché adatte alla produzione di energia pulita.
  • Ultimo, ma non meno importante: utilizzando i sali di nichel nell’industria metallurgica, si ottengono altri scarti da usare nella fertilizzazione dei terreni stessi, chiudendo in questo modo un processo circolare di estrazione che non risulta dannoso per l’ambiente.

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