Qualche parola in difesa della Slow Fashion

Di , scritto il 20 Gennaio 2011

Il concetto di slow food ci piace: il cibo deve essere buono, biologicamente pulito ed eticamente giusto. Ormai è un valore che possiamo considerare acquisito da gran parte della nostra società. A questo punto dovrebbe farsi largo anche quello di slow fashion, fondato praticamente sugli stessi principi: tutti dovremmo imparare ad apprezzare le moda di qualità, ma a basso impatto ambientale e sociale.

Sicuramente oggi come oggi i consumatori riflettono di più su cosa acquistare: con la crisi che morde, l’abito usa-e-getta ha perso parecchio del suo fascino. I nuovi must-have devono ‘durare di più’ e sono ancora più apprezzati se ‘made in Italy’, ovvero prodotti localmente.

Sarebbe buona norma scegliere articoli che vanno alle origini della filiera tessile, alle fibre naturali e biologiche, sia di origine animale (lana, cashmere, mohair, alpaca, vicuna, guanaco, lama, seta) che vegetale (cotone biologico, lino, canapa, juta, sisal, fibra di bambù e fibra di soia). Meglio ancora se si tratta di capi provenienti da fibre e filati riciclati e possibilmente riciclabili in futuro.

Sono buoni esempi di ‘slow fashion’ i capi che in vari modi possono essere utilizzati in più di una stagione, che durano a lungo nel tempo. E’ ora di dire basta alla mentalità che ci induce ad acquistare qualcosa che sarà già totalmente fuori moda sei mesi dopo. Bando ai capricci che si bruciano in pochi giorni e via libera agli abiti che resisteranno a molti lavaggi grazie ai materiali di alta qualità di cui sono costituiti e alla professionalità con cui sono stati assemblati.

Un’altra prospettiva importante è quella che ha a che fare con l’etica del lavoro che sta dietro un articolo di moda. Se il capo è stato prodotto in un paese dove i lavoratori vengono sfruttati all’osso oppure da lavoro minorile, anche se il prezzo è estremamente conveniente, la nostra coscienza dovrebbe impedirci di incoraggiare simili imprenditori e a optare per i prodotti derivanti da tipi di commercio equo e solidale. Come dire: il prezzo è importante, sì, ma l’etica produttiva e commerciale non lo sono di meno.

Dovremmo essere disposti a pagare un prezzo più alto per capi di buona qualità e costruirci un ‘guardaroba duraturo’ di capi classici, magari da ravvivare con accessori sempre nuovi o forse imparare a vivere senza l’ansia di dover assomigliare a qualcuno. Non a caso, il concetto di ‘slow fashion’ fa presa soprattutto sulle persone non più giovanissime, quelle che purtroppo sono già arrivate al punto di vedere centinaia di capi nei propri armati indossati una sola volta oppure rovinati al primo lavaggio perché fatti di materiali scadenti. A quel punto la saggezza suggerisce che avevano ragione le nostre nonne quando dicevano chi più spende meno spende.

1 commento su “Qualche parola in difesa della Slow Fashion”
  1. linda ha detto:

    ciao Nicoletta , vorrei mi contettassi , ti voglio far conoscere una nuova azienda che segue esattamente la filosofia da te descritta .


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