Frutta e verdura. Che cosa è più ecosostenibile: il biologico o lo sfuso?

Di , scritto il 17 Settembre 2020

Tutti sappiamo che per fare una spesa alimentare ecosostenibile dovremmo acquistare prodotti sia biologici che non confezionati. Ma cosa preferire se soltanto una delle due opzioni è possibile?

Bio vs. senza imballaggio: il confronto è difficile, perché gli effetti prodotti dalla produzione e dallo smaltimento delle confezioni sull’ambiente possono soltanto essere misurati in termini di quantità di gas serra derivanti. Nel biologico, invece, assumono un peso altri fattori: il non utilizzo di pesticidi chimici di sintesi, il fatto che i terreni agricoli e il suolo siano utilizzati in modo più ecocompatibile, per il bene del Pianeta. In termini puramente aritmetici, i due criteri sono quindi difficili da confrontare.

Il biologico e il non confezionato sono entrambi sostenibili – perl in maniera diversa

L’imballaggio utilizzato per l’agroalimentare produce molti rifiuti – ma ha anche dei vantaggi: primo tra tutti il fatto di prolungare la durata di conservazione degli alimenti. Questa è un’argomentazione importante, perché anche il cibo sprecato ha un grande impatto ambientale: la sua produzione e l’immagazzinamento hanno consumato energia, hanno prodotto emissioni o comunque inquinato l’ambiente.

Sono sempre più numerosi i supermercati (anche non biologici) che tentano di fare a meno della pellicola di plastica. Ora si trovano verdura e frutta con marcatura laser o con semplici etichette adesive indicanti origine, peso e prezzo al posto dell’involucro. Il cambiamento non ha ancora funzionato del tutto presso i clienti, che in molti casi preferiscono ancora l’opzione confezionata (ad esempio per le carote, la lattuga, i broccoli – che durano più a lungo se avvolti dalla pellicola).

Inoltre, per il passaggio alle merci non imballate non sempre sono presenti le condizioni logistiche adeguate: il passaggio allo sfuso o a un tipo di imballaggio alternativo richiede un grosso investimento da parte dei fornitori in attrezzature.

Come decidere quando ci si trova di fronte a una scelta tra biologico e sfuso?

Prendiamo l’esempio dei cetrioli al supermercato. Che siano avvolti in plastica o meno non fa grande differenza in termini puramente quantitativi. Infatti, la pellicola di plastica che li avvolge di solito non finisce in natura ma viene conferita nella frazione indifferenziata. Se tutto funziona come dovrebbe, questo rifiuto viene inviato a un impianto di incenerimento e valorizzata termicamente (il calore generato viene utilizzato per il teleriscaldamento o per la produzione di elettricità invece di usare il petrolio). Per questo motivo possiamo dire che lo smaltimento della pellicola ha un minor peso nell’equilibrio climatico rispetto alla sua produzione. Ciò non significa, ovviamente, che i prodotti confezionati in plastica siano sostenibili di per sé. Per certo necessario evitarli ogni volta che questo è possibile.

Quindi il cetriolo biologico avvolto in una pellicola è più sostenibile di uno tradizionale sfuso, nonostante la presenza plastica? Forse sì, ma la differenza è minima. Per ridurre davvero la propria impronta ecologica il problema vero non sono tanto la frutta e la verdura da parte dei consumatori, quanto l’eccesso di consumo di carne e prodotti derivanti dalla zootecnia: quella tipologia di prodotti rilascia molti gas serra.

Due regole generali per una spesa ortofrutticola più ecosostenibile

Per prima cosa, dovremmo sempre preferire i prodotti biologici, salvo il caso in cui arrivano in Italia in aereo o confezionati in un barattolo di vetro non riutilizzabile: questo perché la produzione di articoli di vetro usa e getta ha un alto costo energetico e il peso extra del barattolo durante il trasporto porta a un aumento delle emissioni.
In secondo luogo, i prodotti stagionali e regionali sono in assoluto i più sostenibili, perché in questo caso sono maggiori le probabilità che la coltivazione e il trasporto non siano stati eccessivamente dispendiosi dal punto di vista energetico.

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