Maire Tecnimont e il paradigma dell’Open Innovation

Di , scritto il 17 Luglio 2020

Maire Tecnimont è un gruppo industriale multinazionale che vanta una posizione di massimo rilievo nell’ingegneria impiantistica per il settore degli idrocarburi. Le sue attività sono unanimemente considerate di grande importanza per il progresso nel campo delle energie rinnovabili e della green chemistry – due comparti separati ma accomunati dal processo di trasformazione delle risorse naturali in prodotti non dannosi per l’ambiente.

Marie Tecnimont

I numeri relativi al gruppo Marie Tecnimont parlano da sé:

  • portafoglio ordini: 6,4 miliardi di euro (dati del 2019)
  • utili: 3,3 miliardi di euro (dati del 2019)
  • staff di circa 9300 professionisti
  • presenza in oltre 45 nazioni
  • 50 società operative.

Convinto che la chiave per il successo di un’azienda si trovi in un continuo processo di continua innovazione, Fabrizio Di Amato, presidente del gruppo Maire Tecnimontha finanziato la fondazione di una cattedra di Open Innovation presso l’Università Luiss Guido Carli di Roma. La docenza è stata affidata a Henry Chesbrough, padre intellettuale della disciplina in questione, nonché direttore del Garwood Centre for Corporate Innovation dell’Università della California a Berkeley.

Alla cerimonia per l’inaugurazione della cattedra, Fabrizio Di Amato ha così commentato: “Credo che oggi più che mai sia necessario un approccio open-minded che porti a un’evoluzione delle Società da organizzazioni ‘chiuse’ ad organizzazioni ‘aperte’. Se l’innovazione è basata sulla capacità di cambiare mentalità, in modo tale da affrontare le sfide poste dalla digitalizzazione e dalla sostenibilità, dobbiamo creare un ecosistema che coinvolga i diversi stakeholder, aperto alla “fertilizzazione incrociata” tra università, istituti di ricerca, società, start-up, mondo della finanza, autorità pubbliche, incubatori e acceleratori “.

Il paradigma dell’Open Innovation è realmente rivoluzionario nella galassia del business e dell’industria e muta totalmente anche le modalità di acquisizione del know how di base. Sostanzialmente afferma che le aziende desiderose di fare progressi nelle competenze tecnologiche possono e devono fare ricorso tanto a idee esterne quanto a quelle interne, così come devono cercare accessi ai mercati mediante percorsi interni ed esterni. Questa apertura a partner che stanno al di fuori della realtà aziendale si rivela feconda e capace di far nascere progetti innovativi e pionieristici – ovviamente sempre contando sul supporto delle tecnologie più avanzate.

Il Rettore della Luiss, Andrea Prencipe, nella medesima occasione ha evidenziato che: “l’elemento di differenziazione fondamentale tra l’Open Innovation e altre forme di collaborazione per l’innovazione risiede nella ricerca di partnership non ovvie che possano quindi offrire conoscenze, idee, competenze, informazioni non convenzionali, inaspettate, impensate e a volte impensabili”.

Per il professor Chesbrough, l’innovazione aziendale deve “far tesoro in maniera sistematica di collaborazioni, idee e risorse esterne rispetto al perimetro societario classicamente inteso. Dalle start-up al mercato globale delle idee e dei brevetti, questo modello illustra meglio dei precedenti perché un’azienda non abbia più bisogno di controllare, quasi di possedere, i processi di innovazione dall’inizio alla fine”.

Il programma didattico prevede che il docente non si limiti a svolgere lezioni frontali, ma che guidi un vero e proprio progettodi ricerca che analizzi i principi cardine della disciplina. Per certo le aziende che faranno tesoro di questa formazione saranno in grado di perseguire molto meglio dei loro competitor degli obiettivi di cruciale importanza in ambito economico, sociale e di sostenibilità ambientale.

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