Orange Fiber: un tessuto sostenibile ricavato dalla buccia degli agrumi

Di , scritto il 15 Marzo 2018

La ricerca di soluzioni ecosostenibili per la produzione di tessuti ha dato negli ultimi anni alcuni risultati interessanti: tra questi possiamo sicuramente annoverare Qmilch, l’innovativa fibra biologica derivante dalla caseina del latte, il Lyocell derivato dalla fibra di eucalipto, ma anche Orange Fiber, un filato che deriva dagli scarti agrumicoli. L’intuizione è venuta qualche anno fa a Adriana Santanocito, fashion designer siciliana, nel periodo in cui stava redigendo la sua tesi di laurea sui tessuti innovativi e sostenibili. Con la collaborazione di una docente di chimica dei materiali del Politecnico di Milano da lì a poco riuscì a dimostrare la fattibilità della sua idea. Depositato il brevetto del tessuto innovativo, fonda insieme a Enrica Arena la società Orange Fiber con un primo impianto pilota nel 2015, con l’inizio della produzione e il lancio sul mercato.

Per produrre questa fibra viene si parte dal pastazzo d’agrumi, ossia quel residuo umido che resta al termine della produzione industriale di succo di agrumi e che non può più essere utilizzato ma solo gettato come un rifiuto. Dalla cellulosa estratta dal pastazzo si estrae la fibra con cui effettuare la tessitura. I tessuti risultano molto simili alla seta sia alla vista che al tatto. Possono essere stampati e tinti come i tessuti tradizionali (naturalmente con coloranti naturali), con effetto matt o lucido, e anche impiegati insieme ad altri filati – come il cotone o la seta. Uno sviluppo più recente è stato l’impiego di avanzate nanotecnologie per arricchire il tessuto con microcapsule contenenti oli essenziali di agrumi che vengono gradualmente rilasciati sulla pelle idratandola, e si conservano per una ventina di lavaggi.

I capi realizzati con tale tessuto sono biodegradabili: attraverso un preciso processo di compostaggio si decompongono senza inquinare. Oltre a permettere di vestirsi in modo ecologico la produzione di Orange Fiber contribuisce anche a ridurre l’enorme quantità di rifiuti agrumicoli da smaltire e con essa i costi e le emissioni di CO2.



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