Gli italiani investono (giustamente) su caminetti e stufe a pellet

Di , scritto il 13 Novembre 2012

La crisi economica che morde ha portato gli italiani a ridurre le spese e a cambiarle. Si tende a fare a meno di vacanze, ristoranti e capi di abbigliamento, ma c’è un settore in cui i nostri connazionali sono felici di investire: quello delle stufe a legna e dei caminetti. Un metodo di riscaldamento che ci viene spontaneo definire “alternativo”, ma in realtà rappresenta solo un ritorno al passato. L’investimento iniziale si ammortizza in medio nel giro di 2-3 anni, grazie anche agli incentivi statali con cui nel giro di 10 anni si può detrarre l’importo totale della spesa.

Del resto, il prezzo del gas in Italia non è soltanto proibitivo in sé, ma anche sopra la media europea e d’inverno la bolletta energetica si surriscalda più dei termosifoni. Negli ultimi dieci anni è aumentata del 26% l’importazione di legname per stufe. E tra le stufe, quelle che sono tornate più in auge sono le stufe a pellet, che bruciano trucioli di segatura di legno essiccata e compressa in minuscoli cilindri. Rispetto alla legna da ardere, i pellet occupano metà dello spazio a parità di resa. Il risparmio è notevole: infinitamente minore del gasolio e del metano, leggermente maggiore del legname da ardere – che però è meno pratica. La fiamma che creano i pellet è costante e non richiede particolari attenzioni da parte di chi soggiorna nel locale. Dal punto di vista ambientale, l’impatto della combustione del legno è minore rispetto ad altri carburanti, ma non nulla: conviene perciò seguire alcune semplici regole per la gestione delle stufe e dei caminetti.

Dal punto di vista della sostenibilità ambientale per quanto riguarda la materia prima, purtroppo il nostro Paese, pur tentando di produrre più pellet possibile, non riesce a far fronte alla richiesta. Infatti l’Italia è il primo importatore di pellet in Europa, soprattutto da paesi come Austria, Germania e nazioni dell’Est Europa – tutti ricchi di foreste e capaci di avviare convenienti cicli di produzione. La speranza di Coldiretti è di riuscire in un futuro non troppo lontano a colmare il divario tra domanda e offerta. Sono 12 miliardi gli alberi che coprono la superficie nazionale, oltre un terzo di essa per la precisione. Un capitale prezioso per l’assorbimento della CO2 e la conservazione del territorio; secondo alcuni studi è possibile prelevare 23 milioni di tonnellate di legname l’anno senza alterare la sostenibilità delle foreste e riducendo l’attuale consumo di petrolio di oltre 5 milioni di tonnellate.



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